Diario di Rio, quasi tre mesi dopo

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Prima di partire per Rio avevo tre paure: il virus Zika, gli attentati terroristici e la delinquenza locale per strada. Dopo nemmeno 24 ore sul suolo brasiliano le mie tre maggiori ansie sono diventate l’aria condizionata, i conducenti di mezzi pubblici e le Havaianas.

Delle tre grandi paure pre-partenza non c’è mai stata traccia. Ma vista la mia posizione devo credere per forza a ciò che dicono i media. Quindi la teoria è che tutte le zanzare siano state sterminate da un attacco a sorpresa dell’Isis che ha però scatenato la reazione delle criminilità locale che ha rapito e sezionato nelle favelas tutti terroristi. Tutti i malviventi del posto però non sapevano di essere stati punti in precedenza dalle zanzare infette e quindi di aver contratto il virus Zika in una forma violenta e devastante da portarli alla morte o quanto meno all’indolenza domestica per tutta la durata dei Giochi. Mi sembra che l’impianto generale tenga.

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Scacciate le grandi paure, dunque, ho capito subito che i miei nemici reali erano altri. Primo fra tutti: ogni luogo chiuso. Praticamente a Rio non usano l’aria condizionata: più che altro sperimentano forme di ibernazione dinamica. Tra gli svantaggi della criogenesi c’è l’inoperosità alla quale è costretto l’individuo. Con la rivoluzionaria ibernazione dinamica brasiliana, invece, potete comunque muovervi e produrre, ma con un deterioramento minore del corpo e quindi con una prospettiva di vita più lunga. Lo svantaggio è che il punto in cui il surgelamento passa da attivo a passivo è ballerino e diverso da caso a caso. Per cui ogni giorno, centinaia di malcapitati giornalisti sono stati costretti a fronteggiare il rischio di restare congelati di fronte alla tastiera del proprio computer mentre le chiamate di disperati redattori al desk in tutti gli angoli del mondo si susseguivano incessanti sugli smartphone. Per colpa di ibernazioni dinamiche mal riuscite si stima che all’incirca 2.300 reporter abbiano perso il lavoro e, nei casi peggiori, non abbiano mai fatto ritorno in patria. Per ricordarli, nell’area dove sorgeva il Parque Olimpico, è stata allestita una mostra permanente con i giornalisti surgelati per sbaglio e mai reclamati dalle famiglie.

Ma il destino, si sa, ha un senso dell’ironia tutto suo e così molti sono stati i caduti, vittime della seconda piaga nazionale: i conducenti di mezzi pubblici/tassisti. Ho ancora negli occhi le immagini di colleghi festanti che uscivano dal Media Center raggianti per essere sopravvissuti all’aria condizionata e poi… e poi…. Dio, non riesco nemmeno a parlarne. Poi quella dannata navetta. Il conducente che imbocca Avenida Ayrton Senna e viene preso di colpo dalla sindrome dell’emulazione. Autobus lanciati a 200 all’ora come in “Speed”, curve prese alla stessa velocità con il conducente che riusciva a poggiare il ginocchio a terra come Valentino Rossi, inchiodate di botto ai semafori. Tutto ciò che c’era all’interno dell’autobus si shakerava come per magia. Una volta sono salito sulla navetta che ero io e quando sono sceso ero Alessandro Antinelli con i capelli e gli occhiali di Lia Capizzi. Non è stato facile rimettere insieme i pezzi ma sono stato fortunato. A molti è andata peggio. Un collega di Firenze appena conosciuto si è fuso con il suo Mac e, da allora, è diventato una specie di Mago di Oz: l’immagine del suo faccione che chiacchiera dallo schermo 15 pollici del Retina Pro mi fa ancora male. Qualcuno, che si riteneva particolarmente astuto, è riuscito a non prendere la navetta, pensando che il taxi fosse la via migliore. Di loro si sono perse le tracce. A quanto ne sappiamo stanno ancora girando per le strade di Rio alla mercé di loschi individui che non conoscono minimamente le vie della propria città. L’hanno capito troppo tardi, i malcapitati: ormai il tassametro segna 4325000 reais, l’equivalente di un milione e 250mila euro. Tanto vale non scendere mai più e spendere i propri ultimi anni a bordo di quella dannata auto gialla.

Ma la terza paura è stata la peggiore, al punto da diventare vero e proprio terrore. Perché nasce in apparenza dall’innocenza, da ciò che non spaventa. Cosa c’è di più solare e brasileiro di un paio di infradito? “Portami le Havaianas da Rio, eh?”. Come le sento ancora le voci di amici e parenti prima della partenza. E tu che parti anche sollevato perché per una volta non dovrai sbatterti a pensare a cose originalissime da portare al tuo ritorno. Arrivi a Rio e vedi negozi Havaianas ovunque e pensi “Dai, l’ultimo giorno vengo qui e compro regali per tutti”. Beata innocenza. Arriva l’ultimo giorno e attraversi questa porta relativamente piccola, come quella di Alice nel Paese delle Meraviglie. Appena la superi però si schiude davanti a te un orizzonte sconfinato e di fronte a te c’è lei, la parete delle Havaianas. Centinaia, migliaia. Forse milioni. Ti senti come il Professor Xavier con il casco di Cerebro e di colpo hai la percezione di tutto il mondo e riesci a focalizzare tutti gli individui che in quel momento stanno camminando con delle Havaianas ai piedi. In ogni angolo del pianeta. E ti senti come se dovessi portarne un paio a ognuno di loro. Be’, amici, molti che sono sopravvissuti all’aria condizionata e ai bus sono caduti lì, intrappolati in quel limbo decisionale. Quanto a me, sono salvo per miracolo. Quando ho iniziato a percepire quello smarrimento ho cominciato a correre lungo la parete gettando nella shopping bag ciabatte a caso. Alla cassa ho dovuto pagare circa 19000 euro e ho dovuto fare notevoli sforzi per portare con me all’aeroporto le quasi 1400 paia di Havaianas raccattate nella corsa forsennata. Purtroppo ai controlli non l’hanno presa bene, mi hanno scambiato per un trafficante internazionale e mi hanno arrestato. Ora vi scrivo dalle galere di Barra da Tijuca ma fortunatamente sto bene. I miei avvocati dicono che grazie alla buona condotta dovrei tornare in libertà nei primi mesi del 2020. Giusto in tempo per partire per Tokyo.

Entropia, entropia canaglia

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fotinamomenL’entropia è una grandezza che viene interpretata come una misura del disordine presente in un qualsiasi sistema fisico. Più aumenta il valore dell’entropia, più aumenta il disordine. Vale per ogni sistema fisico, che si tratti di un bicchiere pieno di mojito o dell’universo. Ora, in base alla seconda legge della termodinamica tutti i sistemi abbandonati a se stessi tendono inesorabilmente al disordine. La mia vecchia casa da studente fuorisede era la prova sul campo di questo principio. Ma… Sì, c’è un ma. Perché la teoria dell’entropia si scontra con la teoria dell’evoluzionismo secondo la quale la vita evolve continuamente verso più elevati livelli di ordine. Allora? Ordine o caos? Verso cosa tendono le nostre vite?

Mentre la scienza dibatte da secoli sulle contrapposte teorie, io ho trovato l’argomentazione decisiva. La prova definitiva. Il sistema fisico che, nel suo piccolo, spiega dove sta andando l’universo. La scatola del Moment.

Meglio chiarire: ho scelto il Moment solo perché l’emicrania mi autorizza a sentirmi un po’ come Newton dopo la caduta della mela sulla testa. Emulazione tra geni. Va be’, battute a parte, avrei potuto citare anche l’Aspirina, ma forse sarei risultato un po’ meno effervescente. O l’Imodium, ma avevo paura che poi la battuta facesse davvero cagare. Insomma, il sistema fisico in questione è la scatola di un medicinale. Qualsiasi.

L’esperienza ci insegna che la scatoletta del Moment è un sistema in totale ordine. Un parallelepipedo perfetto. Quando lo apri trovi questi blister immacolati e intatti, con le pallette che ospitano le pillole perfettamente tonde. Il foglietto delle istruzioni che in modo quasi materno abbraccia questi due blister.

Purtroppo però questa è perfezione è destinata a durare poco. Basta che abbiate voglia di sapere se il medicinale va preso a stomaco pieno o se può alterare la vostra capacità di utilizzare macchinari e veicoli. Nel momento in cui estraete il foglietto con le istruzioni deflagra questo Big Bang di imperfezioni dal quale sarà impossibile tirarsi indietro. Sì perché il dannato opuscolo è piegato secondo uno schema irreversibile. Una volta aperto sarà impossibile ripiegarlo esattamente nello stesso modo in cui si trovava nella scatoletta. Se stendete il foglietto su un tavolo qualsiasi noterete una quantità di pieghe che non combaceranno mai più. Eppure sai che il foglietto deve essere piegato a fisarmonica, lo ricordi benissimo, in fin dei conti lo hai srotolato solo qualche secondo fa. E poi l’esperienza è dalla tua parte: sei ipocondriaco, usi farmaci dai tempi della pubertà e conosci l’annoso problema dei foglietti da una vita. Ogni volta che apri una scatoletta ci stai più attento, sempre più attento. Srotoli lentamente. E dopo aver letto la posologia sei pronto a ripiegare il tutto e sei certo che ce la farai. Ma il tuo piccolo universo ormai sta tendendo al disordine. Lo capisci al terzo ripiegamento che stai sbagliando tutto, ma ormai vai avanti per la tua strada. E quel salsicciotto di carta che avrai alla fine tra le mani sarà solo lontano parente di quel foglietto la cui perfezione irreplicabile è un mistero al pari di quello dei Templari. Anzi, secondo alcuni storici i Templari stessi usavano la metafora del foglietto delle istruzioni dei farmaci per indicare qualcosa di particolarmente misterioso.

Comunque, dicevamo, te ne freghi, pieghi il foglietto alla meno peggio e lo inserisci a forza nella scatoletta. Ma quando, presa la pillola, proverai a reinserire nella scatoletta anche il blister capirai che un nuovo dramma è in agguato. Non entra. Il dannato foglietto mal piegato si espande, crea attriti, ti costringe all’uso della forza. Spingi il blister fino a quando senti quel rumore fastidioso del foglietto che si accartoccia e sai che questa scena si ripeterà ogni volta che ti servirà una pillola. Per non parlare, poi, degli sciroppi: gente che giura di aver perso le istruzioni per poi accorgersi, a flacone vuotato, che lì, proprio al di sotto della bottiglia, giace un ammasso di carta informe che un tempo era un foglietto dalle pieghe irriproducibili.

Laddove regnava la perfezione, insomma, ora c’è solo disordine. E la ragione scientifica te la spiega il nome di quel foglietto: bugiardino. La promessa di un ordine armonioso che tace l’amara consapevolezza: si sprofonda nel caos, ma che vuoi farci? E’ la vita, bellezza.

X-Old Men – Giorni di un futuro passato di verdure

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Quando Sirchia, nel lontano 2004, suggeriva di abbandonare gli anziani al supermercato per risolvere il problema del caldo estivo non immaginava, secondo me, verso cosa stava spingendo il Paese. Sono passati dieci anni e posso affermare con certezza che la sovraesposizione all’aria condizionata ha prodotto negli anziani delle alterazioni genetiche che hanno portato alla nascita di un pericolosissimo gruppo di mutanti: gli X-Old Men. Abituati a muoversi tra gli scaffali, hanno sviluppato una serie di super poteri che puntano essenzialmente a estromettere dal supermercato i diversi, i più giovani, quelli che vedono nel negozio solo un luogo di rifornimento e non un habitat naturale. Con faticosi appostamenti, riempiendo fogli su fogli di appunti e analizzando una lunga serie di documentazioni fotografiche sono riuscito a individuare quelli più pericolosi e a scoprire le loro vere identità mutanti.

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Divisoria: ha il potere di dominare la trigonometria e il sistema metrico decimale. Grazie a questi poteri riesce a valutare senza margine di errore la larghezza di un corridoio tra gli scaffali e a mettercisi esattamente nel mezzo, equidistante dagli scaffali stessi e lasciando, avanti e dietro di sé, uno spazio sempre inferiore alla larghezza di un carrello. In caso di corridoi particolarmente spaziosi, infatti, Divisoria riesce ad aumentare il proprio volume corporeo ricorrendo ad armi segrete come il carrellino portaspesa o un finto nipote. Il nemico, impossibilitato a procedere, può solo ritirarsi e dare il via a una disperata ricerca di un corridoio ancora libero verso l’uscita. Qualche spavaldo ha provato a sfondare tra Divisoria e lo scaffale, convinto che lanciandosi a tutta velocità con il carrello avrebbe potuto sfruttare l’effetto ariete: i più fortunati sono morti in una pozza di sugo alle olive.

Kiloprice: prima della pensione e della sovraesposizione all’aria condizionata, lavorava nel campo dell’economia. La mutazione ha estremizzato la sua dimestichezza con i numeri, al punto che adesso padroneggia l’arma del risparmio grazie a poteri come il calcolo matematico, la conversione Lira=Euro e l’illimitata disponibilità temporale. Grazie alla sua scaltrezza Kiloprice riesce a non cadere mai nel tranello del cartellino con il prezzo più basso. Anche in assenza delle indicazioni specifiche, infatti, sa sempre calcolare il prezzo al chilo o al litro del prodotto da acquistare e a scovare quello davvero più conveniente. Quando Kiloprice sceglie il suo scaffale, per il cliente giovane è finita. Il mutante – sfruttando l’arma della comparazione dei prezzi – riesce infatti a oscurare l’intera categoria di prodotti simili con rapidi spostamenti laterali che impediscono al nemico di prelevare anche la sottomarca della sottomarca di qualsiasi bene. C’è chi ipotizza – ma non c’è riscontro scientifico – che abbia anche una sorta di radar posteriore che le consente di anticipare le mosse del giovane acquirente.

The Pusher: il suo grido di battaglia, nelle sfide contro i nemici, è “una volta qui era tutta campagna”. Vede nel giovane avventore del supermercato il simbolo del progresso e dell’urbanizzazione che hanno deturpato la zona in cui viveva, compresa l’area in cui è stato edificato il supermercato nel quale vive adesso. Per questo lotta con tutte le sue forze affinché i non mutanti non abbiano accesso ai prodotti di madre terra. The Pusher staziona intorno al banco della frutta e della verdura. Ha il potere della trasmissione dei germi. Con la scusa di cercare quelle più mature, questo mutante tasta ripetutamente tutta la frutta e la verdura possibili, ovviamente con il diabolico escamotage di non utilizzare il guanto usa e getta. Così facendo infetta i prodotti della terra che l’ignaro giovane consumatore ripone nel frigorifero. Come i migliori supereroi, però, anche The Pusher ha una specie di Kryptonite che neutralizza i propri poteri: l’Amuchina, disponibile nel reparto casalinghi, sempre che Kiloprice vi permetta di prelevarla dagli scaffali.

antarticaAntartica: il mutante del banco surgelati. Ha il potere della beffa, che si manifesta con effetto ritardato sulla vittima. Prima che il giovane avventore inizi il suo giro tra Sofficini e 4 Salti in padella, Antartica tiene aperte ad oltranza le porte del congelatore, producendosi in una farsesca ricerca del prodotto più conveniente. All’avvicinarsi del non mutante, le richiude immediatamente, quando ormai i prodotti surgelati sono a temperatura ambiente. A quel punto il giovane ignaro fa la sua spesa e torna a casa e, solo allora, si accorgerà che della spagnola Carte d’Or è rimasto solo un informe e denso liquido rosastro.

mementoMemento: ha il potere di padroneggiare la lista della spesa e il fluire del tempo altrui. Crudele più dei suoi simili, questo mutante attacca quando il giovane avventore pensa di aver attraversato indenne il supermercato e si mette in fila alla cassa. A quel punto Memento, che precede l’ignaro cliente, finge di aver dimenticato qualcosa che aveva segnato sulla lista e subdolamente si allontana per prenderla, invocando la clemenza altrui. È a quel punto che sparisce per sempre, lasciando il giovane avventore a morire di stenti in una fila che non procederà mai.

Se c’è la goccia, è Jim (ovvero un post su San Valentino dal titolo fuorviante)

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San Valentino è tutto un equilibrio sopra la follia. Ci sono le coppie che l’equilibrio lo trovano sulla cena fuori o, comunque, sulla serata tête-à-tête. Altre invece si muovono in sintonia sul fotti il sistema delle feste comandate e passano una serata normalissima, ché tanto di festeggiare San Valentino – protettore degli stilisti gay – non gliene frega nulla.

 

Il problema è quando, per magia, si incontrano un indifferente del 14 febbraio con una feroce sostenitrice del San Valentino. L’uso dei generi nella costruzione della fase precedente non è affatto casuale. Perché un mix invertito, in cui sia lui l’integralista della festa degli innamorati, è raro come il Gronchi rosa, il noto presidente della Repubblica che amava vestirsi come il Tenerone.

 

Il dramma di quest’uomo si manifesta non tanto nella gestione della serata, quanto, piuttosto, nella scelta del regalo. Che, a differenza di compleanno, Natale e anniversario, deve in qualche modo esaltare il concetto di amore. Un compito non semplice per un essere generalmente arido come l’individuo maschio. Che poi lui, l’uomo, per quella generosità innata che esprime al meglio sul campo da calcetto, quando prova improbabili rincorse dietro a un pallone troppo veloce, ci prova anche a essere creativo. E in parte ci riesce pure. Il problema è il lungo periodo. Quando in un mondo di certezze coniugali la voglia di stupire diventa improbabile come andare al mare con le ciabatte pelose a forma di panda.

 

Tutto questo per dire che dal tipo di regalo che viene fatto a San Valentino si può con certezza stabilire da quanto tempo vada avanti la relazione.

 

I primi anni sono quelli della creatività. La rappresentazione dell’amore è molto concettuale ma efficace: ti regalo qualcosa che sia profondamente legato a una delle grandi passioni della tua vita ma lo faccio andando a scovare qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario.

 

Esempio: mettiamo che lei ami i Doors, una groupie mancata solo perché è nata troppo tardi. “Oddio, cos’è?” fa lei interdetta ma sotto sotto eccitata di fronte a un cd volutamente anonimo. E lui: “Ma, niente, proprio una sciocchezza. Ho letto su internet che a Londra avevano trovato delle vecchie registrazioni inedite dei Doors. Le ho strappate in un’asta clandestina a un miliardario giapponese, che doveva essere fan pure lui. Mi pare che si chiamava Morrison Tamada. Comunque sono andato a prenderle direttamente a Londra perché non volevo rischiare sulla spedizione, poi, giacché c’ero, ho fatto scalo a Parigi per fare un salto al cimitero dov’è sepolto Jim. Grazie all’aiuto del guardiano del cimitero siamo riusciti a disseppellirlo e sfruttando dei registratori a rumore bianco e una rinomata medium francese siamo riusciti a invocare Jim e a registrare alcune cose che ha detto al volo. Niente di che, eh. Continuava a ripetere cose stupide come ‘I’m the little cheese ghost! If there’s the drop, it’s Jim!’. Però, niente, le ho portate in uno studio di registrazione e abbiamo sentito che sulle basi inedite ci stavano da Dio. Insomma, lavorando di mixer, un po’ qua e un po’ là, siamo riusciti a metterle su una delle basi e abbiamo confezionato il nuovo singolo dei Doors. Questo cd. Ah, se vuoi puoi metterlo in vendita perché i diritti d’autore sono tuoi….”. Pausa compiaciuta. E poi: “Hai visto che non dovevi essere gelosa per le otto settimane di ferie che ho dovuto prendere al lavoro?”.

 

I fuochi d’artificio iniziali sono accompagnati da una fase di basso profilo nella quale, comunque, l’appagamento delle passioni della persona amata resta sempre il filo conduttore. Così, in ordine più o meno casuale, arrivano il nuovo libro del suo scrittore preferito, il nuovo disco del suo cantante preferito, i biglietti per il concerto dello stesso cantante del disco preferito, la cena al ristorante del suo chef preferito, i biglietti per il reading del suo scrittore preferito nel ristorante dello chef preferito e altre varie combinazioni di regali tra i suoi personaggi preferiti.

 

Ma gli anni passano e i due individui sono sempre meno individui e sempre più coppia. Così salgono le quotazioni del regalo semi-boomerang, quello delle cose fatte insieme. In sostanza, lui paga ma gode dell’esperienza al 50%. E qui sale il livello della difficoltà perché tocca ragionare con due teste, cosa che in verità l’uomo è abituato a fare anche se, fino ad ora, le due teste da mettere d’accordo erano entrambe le sue.

 

Esempio: a lui piacerebbe moltissimo regalarle un viaggio, magari un fine settimana fuori per scrollarsi di dosso lo stress della quotidianità. Peccato, però, che l’ultima volta che hanno provato a organizzarsi è stato un casino. I preparativi per le vacanze dell’estate scorsa erano cominciati a gennaio: lui voleva andare in Spagna (playa, cerveza e movida), lei voleva apprezzare la natura selvaggia del Vietnam. Dopo mesi di trattative a giugno si erano incontrati a metà strada, tipo “andiamo in Turchia”. Ma ormai tra volo e pernottamento avrebbero speso come tre mesi di soggiorno in hotel a sei stelle in Vietnam. Allora si erano smarriti tra low cost, last minute, coupon, groupon e a luglio ancora non sapevano dove sarebbero andati in ferie da lì a una settimana. Così, alla fine di tutto, si erano ritrovati in Salento, spendendo come due anni in affitto nella residenza del presidente del Vietnam per stare in una casa in montagna – nel Salento? – però equidistante da tutte e due le coste…50 km a est e 50 km a ovest… “Troppo complicato”, pensa lui “e io che volevo regalarle un’esperienza imperdibile…”. E in quel momento, quelle due paroline, accendono la lampadina della svolta. Esperienza imperdibile. Benessere impensabile. Relax inconfutabile… La Smartbox!!! Questa amica dell’uomo in crisi che, per i profani, consente di regalare viaggi che nessuno farà mai. Unica conditio: il pacchetto deve avere un nome costruito sulla formula sostantivo+aggettivo. In base a quanto si spende, l’ambizione del viaggio varia: si va da “Soggiorno epico” per gli sboroni fino a un timido “Weekend apprezzabile” per i più parsimoniosi. “Che bello amore, poi guardiamo insieme il catalogo così decidiamo dove andare…”. E lui gongola perché sa che prima che la decisione venga presa, sarà scaduto il tempo limite per sfruttare il coupon.

 

Poi le mete dei viaggi potenziali finiscono e i due individui, trasformatisi in coppia, sublimano in quella sorta di iperuranio teorizzato dai Pooh. Da “noi due nel mondo” si passa a “noi due nell’anima”. Non più cose da fare, ma pura esaltazione del simbolismo affettivo. Ed è qui che entrano in gioco i Baci Perugina.

 

Il tubo da 16, il cuore da 12, il cofanetto da 8, la mini confezione da 3 per quelli che basta il pensiero. E poi i bigliettini. “Il bacio è un apostrofo rosa…”. “L’amore mio più grande…”. E poi, inatteso, lui, il bigliettino con la frase di Jim Morrison, “If there’s a drop, it’s Jim”…

L’annoso problema delle virgolette immaginarie

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Finalmente ho capito. La risposta mi è arrivata così, per caso, a un semaforo. E’ facile dire che odi le persone che fanno il segno delle virgolette con le dita per dare un senso ironico o metaforico o figurato alle proprie parole. Ma perché? Perché la ragazza che fa le virgolette immaginarie – non me ne vogliate donne, ma la statistica vi gioca contro in questo caso – sono più odiose, che so?, di uno che ha scampato una figura di merda e finge di asciugarsi il sudore sulla fronte con la mano? Perché l’ok fatto con le dita non dà fastidio e le virgolette sì?
L’ho capito l’altro giorno a un semaforo, mentre una fanciulla di quelle con la felpa rosa con il cappuccio si esibiva nel gesto parlando con un ragazzo accondiscendente che non mostrava fastidio per il gesto. La risposta è molto più semplice di quanto credessi. Il gesto mi dà fastidio perché è sbagliato. Chissà per quale motivo, infatti, la parola da virgolettare viene accompagnata da una duplice flessione simultanea di indice e medio di entrambe le mani. Ma se le dita sono due per mano e la flessione avviene due volte, significa che si stanno mettendo quattro virgolette all’inizio e quattro alla fine. Quindi, ogni gesto riempie l’aria di refusi ipotetici. E io, che ogni giorno muoio sul desk, questo non lo posso accettare. Quindi, o flettete le dita una volta sola, o battezzate un dito preferito e piegate due volte un dito per mano. Questa seconda strategia ha il vantaggio, per quelle che virgolettano tutto, di poter fare turnover tra indice e medio, preservandoli da un’usura eccessiva.

A mille ce n’è

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tre-porcelliniBelle le favole. La morale, il messaggio nascosto dalla metafora. Bello tutto. Peccato però che la rivoluzione industriale, il progresso, l’evoluzione dell’essere umano e l’invenzione del Bimby abbiano creato una società nella quale i messaggi delle favole sono di difficile collocamento. Cioè, credo che una mia figlia ipotetica potrebbe sollevarmi una serie di obiezioni infinite sui racconti mentre cerco di farla addormentare alle tre di notte per tornare beatamente a guardare dei neri tatuati che sgomitano sotto un canestro. Questo accade principalmente per un motivo: perché le favole ignorano il marketing (e non venitemi a dire che anche i bambini lo ignorano. Ho ritrovato la mia vecchia collezione di Topolino e, dopo un’attenta analisi della spaventosa quantità di pagine pubblicitarie, ho deciso di fare causa a Walt Disney. Credo sia colpa sua se adesso compro qualsiasi cosa sia minimamente pubblicizzata). Quindi, non avendo di meglio da fare alle due di notte, ho deciso di lanciarmi in questa missione educativa che misceli il metodo Montessori, gli insegnamenti di Don Bosco e le televendite di Roberto il Baffo. Ho scoperto che applicando il marketing alle favole tradizionali si ottengono messaggi più facilmente comprensibili ai nostri giorni. Anche se ciò, fatalmente, porta a delle piccole discrepanze tra la fiaba di partenza e quella reinterpretata.

La piccola fiammiferaia: È la notte di Capodanno e la Piccola Fiammiferaia è in strada, sotto la neve, a vendere fiammiferi. Non ne ha venduto ancora neppure uno, ma non osa tornare a casa perché teme la reazione che il patrigno avrebbe vedendola rientrare senza un soldo di incasso. A quel punto inizia a inseguire i passanti per convincerli a comprare i fiammiferi. Durante uno di questi inseguimenti, scivola rovinosamente sul ghiaccio e, cadendo, travolge un ragazzo che passeggiava con un amico. Proprio lui, l’amico, è talmente piegato in due dalle risate che, per ringraziare la fiammiferaia, compra una scatola di fiammiferi. La Piccola resta folgorata. Non dai fiammiferi. Capisce che un atteggiamento positivo e mattacchione può risultare molto più utile di un posizionamento sul mercato sfigato e vittimistico. Così inizia a studiare delle gag divertentissime da sottoporre ai passanti. Da “tira il fiammifero” seguito da un peto fragoroso alle facili battute su quanto gli svedesi durino poco (a uso e consumo dei meno attenti, ricordo che i fiammiferi venivano chiamati anche “svedesi” e che la piccola fiammiferaia è danese…Battute campanilistiche a manetta). Insomma, cazzeggiando qua e là, la Piccola Fiammiferaia riesce a vendere tutto e così anche nei giorni a seguire. In breve tempo mette su un impero e trasferisce l’attività in un paradiso fiscale. La favola si chiude con la Piccola Fiammiferaia che rilascia un’intervista come personaggio dell’anno a un magazine economico e farfuglia una cosa incomprensibile. Il giornalista, interdetto, le fa “Eh?” e lei risponde con una pernacchia, simbolo della vis comica ormai irrefrenabile della P.F..

Biancaneve e i sette nani: andiamo subito alla scena clou, l’incontro tra Biancaneve e Grimilde con le fattezze di una simpatica nonnina (in realtà era una strega, ma Biancaneve chissà perché non se ne accorge). Grimilde, senza un motivo apparente, offre una mela (avvelenata) a Biancaneve. Che, però, fiuta subito l’inghippo. “Perché questa mi offre una mela così, dal nulla. Sarà mica come quelli che portano gli anziani da Padre Pio e poi gli vendono le pentole? – pensa l’astuta eroina – Questa minimo minimo mi vuole piazzare un’enciclopedia. Oppure mi fa entrare in quelle cose tipo club degli editori che poi sono obbligata a comprare un chilo di mele ogni tre mesi”. Biancaneve rifiuta con il sorriso. Ma la regina insiste e così Biancaneve si vede costretta a minacciare di ricorrere alle associazioni dei consumatori. Troppo anche per la regina, che si ritira mestamente. La favola finisce con Biancaneve che trova la sua dimensione da casalinga a casa dei nani – avendo ben sette uomini su cui rovesciare incombenze come portare fuori il cane e buttare l’immondizia – e la regina che, scioccata dal fallimento della vendita face-to-face, mette in piedi una catena di call center per vendere mele via telefono.

I musicanti di Brema: Un asino, un cane, un gatto e un gallo decidono di andare a Brema per vivere senza padroni e diventare musicisti. Quattro animali che suonano e cantano: e ho detto tutto. I video su YouTube diventano subito virali. Diana Del Bufalo prova a unirsi alla band ma viene scartata perché avere un animale nel cognome non è requisito sufficiente. Il successo è planetario fino a quando l’asino, a 27 anni, si suicida perché schiacciato dal peso del successo. Gli altri sciolgono la band e si dedicano a progetti solisti più sperimentali.

I tre porcellini: Jimmy esalta il concetto di “chi più spende, meno spende”. E così mentre Timmy e Tommy costruiscono case al risparmio – tipo dei prefabbricati di paglia e legno – Jimmy investe in una più solida abitazione di mattoni. Il lupo devasta le case low cost degli altri due fratelli che, a quel punto, si vedono costretti a fuggire da Jimmy che, per salvarli, offre loro asilo ma solo dopo ampie garanzie di pagamento di una fetta di mutuo. Così, alla fine della storia, Jimmy – l’unico che ha investito nel mattone – si ritrova una proprietà per le mani (che non ha nemmeno pagato per intera) mentre Timmy e Tommy dovranno accontentarsi di stanze in subaffitto in appartamenti popolati da studenti fuorisede lucani.

Le poste per me avranno sempre l’articolo

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PosteLe poste sono come il presepe. C’è tutto un campionario di personaggi che ritrovi sempre, a qualsiasi latitudine. Puoi imbatterti in impercettibili variazioni sul tema, come lo zampognaro in piedi o in ginocchio, ma la sostanza non cambia. Conoscere tutte le tipologie di frequentatori delle poste, dall’utente al dipendente, è utile. Da un lato ti fa apprezzare al meglio la caratterizzazione dei personaggi e, dall’altro, ti aiuta a vivere meglio l’esperienza di un posto nel quale il 95% delle conoscenze acquisite nella tua vita precedente è perlopiù irrilevante.

La signora con la maglia giovane. Dove “giovane” si riferisce alla maglia e non alla signora. E’ una signora di un’età indefinita tra i 45 e i 60 anni che si oppone al trascorrere del tempo indossando magliette sbarazzine. Spesso e volentieri con scritte in inglese di dubbio gusto o senza senso tipo “People of sex”, “Keep calm and fuck” o “Never enjoy again together” Ma lei, la signora, non lo sa perché non parla inglese e si bea del suono rassicurante di certe parole note come enjoy e people. Interagisce poco con i presenti ma è schiava del suo iPhone con la custodia in pelle colorata e con delle cosine inutili ad esso appese.

L’animale da palcoscenico. Uomo, oltre i 50 anni. E’ quello che usa l’arma dell’umorismo per stigmatizzare i disservizi delle poste. E’ il più interattivo di tutti: fa battute ad alta voce, spesso con rimandi alla situazione politica e sociale del Paese. Affronta senza timore i grandi temi di attualità con ragionamenti che, come per magia, arrivano sempre al punto che “tanto destra o sinistra, rubano tutti allo stesso modo”. Alle signore non accompagnate concede anche qualche battuta privata, alternandola con racconti tristissimi di vita, utilizzati per dimostrare che lui è un simpatico guascone ma, in fondo in fondo, ha una sensibilità tutta sua. Abbina di frequente il mocassino al jeans e, inspiegabilmente, è spesso dotato di giubbotto smanicato multitasche.

Il venerabile critico. C’è sempre. Uomo, oltre i 70 anni. E’ il nonno su cui le famiglie rovesciano senza pietà le proprie incombenze burocratiche. Aspetta paziente anche per due ore, poi, a un certo punto, gli si tappa la vena e comincia a rilevare ad alta voce tutte le inefficienze dell’ufficio postale. Il suo cavallo di battaglia è la severa analisi tra il numero degli sportelli disponibili e quelli effettivamente aperti (“ma è possibile che ci sono otto sportelli e ce ne sono solo due aperti?”). Il nemico giurato è il dipendente che si alza dalla sedia, e non importa che gli abbiano comunicato un lutto in famiglia, che sia vittima di un attacco di dissenteria fulminante o che semplicemente si stia alzando dopo quattro ore di bollettini (“ecco, adesso se ne va pure quest’altro…” e poi partono le offese dirette al costernato dipendente). Ma è quando sussurra mestamente fra sé e sé “Povera Italia” che il venerabile critico raccoglie l’ovazione del pubblico. Un po’ come Vasco quando chiude con “Albachiara”.

Il critico insicuro. Tra i 30 e i 45 anni, uomo o donna fa lo stesso. Non ha ancora l’esperienza del venerabile critico, ma la pulsione verso la critica, quella sì. Prova a lamentarsi di tutto, ma cede di fronte alle contro-lamentele dei dipendenti. A quel punto è costretto ad addolcire qualsiasi affermazione polemica con “Io non ce l’ho con lei, che sta qui a lavorare, ma…”, “No, lei ha ragione, ma…”. E’ il segno inequivocabile della sconfitta. Il venerabile critico scuote la testa.

Il nerd postale. Più di tutti crede nel rinnovamento delle poste (infatti lui dice cose tipo “Be’, il rinnovamento di Poste è notevole…cioè non usa l’articolo). Si infila in tutte le aperture di Poste alla tecnologia. Praticamente compie tutte le operazioni postali possibili dal computer di casa, passa le giornate a seguire la spedizione tracciata dei suoi pacchi grazie al pratico codice identificativo, ricarica la Postepay e la usa per comprare qualsiasi cosa su internet. Quando la connessione si impalla si lamenta con il modem con toni diversi a seconda della propria inclinazione critica (da “Non capisco, ci sono quattro attacchi Ethernet e ne ho collegato solo uno” a “Modem, io non ce l’ho con te che stai qui a lavorare, ma…). Negli uffici si vede poco, solo quando deve spedire dei pacchi. Ma lo si riconosce dai pantaloni stretti e dalla borsa di traverso.

La signora delle poste. Impiegata delle poste, di qualsiasi età ma comunque ne dimostra 60. Ha tutti i requisiti de “La signora delle poste”. I capelli di un colore antico con la permanente, gli occhialini da vista con la catenella, vestiti dalle tinte accese un po’ retrò comprati in negozi che vendono solo abiti per “la signora” e diversi chili di sovrappeso. Una padronanza del posto di lavoro totale, tanto garbo al primo impatto con il cliente che si trasforma in feroce e autoritaria rivendicazione del proprio ruolo alle prime rimostranze dei clienti insoddisfatti. La leggenda vuole che “La signora” non sia mai stata assunta per davvero: una volta si è seduta su una sedia e le hanno costruito le poste intorno.

La porta dei miracoli. Ebbene sì, non di soli personaggi vivono le poste. In ogni ufficio, alle spalle degli sportellisti, c’è una porta. Sempre chiusa. A volte rimane chiusa per larghissimi tratti della giornata, per ore consecutive, anche. Poi, ogni tanto, si apre e vengono fuori delle persone che nessuno ha mai visto entrare nell’ufficio. Si dice che è lì dentro che i dipendenti delle poste vengano creati e alimentati fino al raggiungimento della giusta età per guadagnarsi una sedia dietro agli sportelli. Dopo i cerchi nel grano e i templari è il terzo maggiore mistero che Roberto Giacobbo non è ancora riuscito a spiegare.